Football Stories: Juan Alberto Schiaffino, el Futbol

Di lui e su di lui si scrivono poesie d’ amore e canzoni. Una ci è anche molto vicina perchè Paolo Conte nel 1979 canterà proprio di lui nella canzone “Sudamerica”. La potete trovare nell’ album Un gelato al limon. Di lui e su di lui, scriverà Eduardo Galeano. E chissà quanti altri. è un personaggio, curioso anche perchè, anzi, soprattutto perchè uruguagio. Già, l’Uruguay. è un pezzo di terra che separa Brasile e Argentina, due colossi sotto tutti i punti di vista, quindi sì, anche nel calcio. Ma se gli inglesi hanno portato il pallone in Sudamerica, i sudamericani lo hanno arricchito, stravolto e reso quasi un ballo. Gli argentini ci vanno di Tango, i brasiliani di Samba e gli uruguagi di Candombe che è una danza africana ma grazie alle importazioni di schiavi vedrà luce anche in Uruguay.

La prima squadra di calcio al mondo che domina su gli altri è proprio l’Uruguay. Vincitori di due ori olimpici consecutivi (anche se in Uruguay le Olimpiadi del ’24 e del ’28 sono considerate Mondiali di calcio) e nel 1930 la prima nazione ad esser campione del mondo, sconfiggendo in finale gli altri maestri, i vicini tanto odiati ovvero gli argentini. Ma se quella del 1930 era una nazionale formidabile che purtroppo non abbiamo potuto ammirare nè prima nè adesso, poichè la televisione ancora non era sbarcata, la Nazionale uruguagia del 1950 non fa certo eccezione. Uruguay, 1950, il terzo elemento è Brasile e sommando questi tre elementi verrà fuori il Maracanazo che tanto ha fatto piangere i brasiliani. Dobbiamo però riavvolgere il nastro del tempo e tornare indietro di venticinque anni dal Maracanazo. 

Alberto Schiaffino come molti altri al tempo, salì su una nave in cerca di fortuna, soldi e qualcos’ altro. Partenza da Camogli, Liguria e arrivo da definire. L’oceano gli volle bene e dopo settimane di nave, sbarcò sulla terraferma. Non sapeva come si chiamava ancora quella terra di prati verdi immensi. Capì subito che col bestiame ci si poteva fare soldi, quindi aprì in breve tempo una macelleria. Intanto nacque Raul, suo primogenito, che sposerà in seguito una paraguayana che gli diede fra le mani due figli: Raul (si un altro) e Juan Alberto. Il primo nato il sette dicembre 1923, il secondo ventotto luglio 1925. I due fratelli nacquero nel Barrio Sur a due passi dalla sede del Penarol (anch’esso di origine italiana, da Pinerolo precisamente). Pochi anni dopo la famiglia si trasferisce nel colorato Barrio de Pocitos, il quale ha una meravigliosa spiaggia dalla sabbia dorata. Negli anni Trenta era sei volte un campo da calcio e si poteva iniziar a vedere i primi palloni rotolarci. I sudamericani, divennero pazzi in brevissimo tempo. Lo affinano, lo curano e mettono regole, poche ma ferree. Ma questi due fratellini, vivaci e brevilinei, sembrano che col pallone ci siano nati. Per far divertire un pò tutti, ovviamente si fanno giocare contro e le partite finiscono poco oltre il calar del sole. Montevideo negli anni ’30 è la Parigi del Sudamerica. Gli uruguagi vivono bene e possono addirittura permettersi di ospitare i primi mondiali di calcio della storia. E non solo. Pagano le spese di viaggio e il vitto a tutte le nazionali che vi parteciperanno. La storia poi la sapete già: Uruguay in finale con conseguente vittoria sugli argentini. Dopo questo trionfo il calcio prende la via del successo. La prima vera squadra di Juan Alberto è l‘Olimpia. A dire il vero prima deliziava i campetti di un barrio vicino, chiamato Barrio Palermo. Stufo del cemento, preferisce la polvere e i ciottoli e quelli sì che fanno male quando cadi ma lui riesce a sviluppare fin da subito un grande equilibrio e poi il controllo di palla è eccezionale fin da subito. A differenza di suo fratello Raul, più calmo, ragionevole e da buon fratello maggiore, saggio, il buon Juan Alberto è chiuso, testardo, timido ed introverso e un giorno a sua madre Eusebia gli scappò un “Juan, eres realmente un pepe”. Il nomignolo fece successo per le strade. Intanto il buon Pepe continua a vivere con la palla fra i piedi. Finalmente gli viene trovata una collocazione in campo e data la sua grande fantasia, il piccoletto viene schierato in attacco. Non vi è un preciso ruolo, lui gira, disegna figure sul campo mai viste da quelle parti e la palla, resta davvero sempre incollata ai suoi piedi. è mingherlino ed ama partire largo per poi concludere in porta dopo aver portato a spasso gli avversari/ragazzini che invano cercavano di fermarlo. L’Uruguay è piccolo e molte (per non dire il 90%) delle sue squadre hanno sede a Montevideo. Non vi sono osservatori di professione, se c’è un ragazzino bravo la voce gira fino ad arrivare a chi deve arrivare. E ai dirigenti del Nacional arrivano voci insistenti. Decidono di testarlo e di arruolarlo nelle proprie giovanili. La scuola prosegue fra alti e bassi ma col calcio iniziano i primi screzi con gli allenatori e Pepe, infastidito e testardo com’è, grazie al fratello Raul, viene inserito in un torneo a Las Acacias in cui il Penarol vuol vedere nuovi giocatori da inserire nelle proprie giovanili. Dopo questa serie di partite, nel 1943 Pepe Schiaffino entra nelle giovanili della Penarol, una delle più seguite e tifate del paese. Pepe, che vuol bene al suo fratello maggiore, vuol però diventare più bravo di lui e fra di loro si forma una specie di sana competizione, come se si dovessero giocare il posto in squadra. Raul, più intelligente, Juan, più tecnico.

Il 1945 è il suo primo anno da vero calciatore. Debutta infatti col Penarol e si aggiudica subito il titolo di Campione del paese ma non solo: viene anche eletto miglior calciatore del torneo: Pepe ha solo vent’ anni. Intanto Raul con ventuno reti è il miglior marcatore del campionato. Qualche mese più tardi, ad essere precisi il 29 dicembre del ’45, riesce a debuttare con la Nazionale. Gioca solo tredici minuti e tanto gli bastano, per mandare in porta suo fratello e pareggiare i conti contro i rivali di sempre, gli argentini. Penarol e Nacional intanto si impegnano per far sì che la Nazionale Celeste torni ad alti livelli. Nel 1949 al Penarol viene chiamato un magiaro ma con passata esperienza in Argentina: Imre Hirschl. I magiari a quel tempo governavano a mani basse il mondo del calcio e quindi erano richiesti pressoché ovunque, infatti Hirschl (morto nel ’73) fu il primo allenatore straniero a guidare una compagine argentina, Il Gymnasia La Plata. Il magiaro non era un sergente di ferro ma sapeva usar bene le parole, in più era aiutato da Obdulio Varela una istituzione per l’ Uruguay anche non calcistico. Le sorti del campionato si decidono spesso nei derby in cui lo spettacolo non manca mai. Mentre Hirschl allena il Penarol, in Brasile si sta costruendo il più grande stadio del mondo. Non è per un club è per la Nazionale brasiliana. Lo stadio dovrà essere la cornice del Brasile Campione del Mondo. Non si aspetta altro che il 1950.

Le partite precedenti al Mondiale non danno motivazioni di credere nella Celeste. Eppure i giocatori ci sarebbero anche ma complice anche la rivalità fra Nacional e Penarol, non esiste un vero gruppo affiatato. La storia del girone in cui è capitato l’ Uruguay è più unica che rara. Vi figurano appunto, Uruguay, Bolivia e Francia. I francesi vengono ripescati in sostituzione della Turchia che ha vinto lo spareggio ma decide poi di non partecipare. Quindi gioca la Francia. Anzi no. Dopo il sorteggio del girone, i francesi fanno sapere alla FIFA di non voler partecipare. Ormai manca poco al torneo e gli organizzatori decidono che vi sarà un girone con due sole squadre. L’Uruguay ne rifila otto ai boliviani e passano il turno con una sola gara giocata. Non ci saranno però gli ottavi di finale bensì un altro girone a quattro squadre e la prima classificata, sarà Campione del Mondo. Si giocheranno il titolo Svezia, Spagna, Uruguay e ovviamente Brasile. Il calendario è affascinante e se tutto va come deve andare, l’ ultimo match tra Brasile e Uruguay è decisivo per entrambi. Prima gara della Celeste: due a due contro gli spagnoli al Pacaembu di San Paolo. è una gara molto dura e non giocata molto bene dai sudamericani, il terreno è bagnato e gli spagnoli hanno davanti Zarra che quando la tocca, segna. Il bello delle sfide di allora è che per conoscere una squadra bisognava vederla dal vivo, quindi in sostanza non si conosceva gli avversari, nè gli interpreti nè il loro gioco. Ghiggia segna ( Il gol di Ghiggia lo rivedremo identico una settimana dopo contro il Brasile, due gol uguali). Basora segna di testa in tuffo. Passano due minuti e Basora raddoppia su quel che oggi chiamiamo tap-in. Intervallo e a venti minuti dalla fine, Varela pareggia i conti. Gara seguente, Svezia che intanto è stata demolita dai brasiliani per sette a uno. C’è anche un pò d’Italia in Svezia-Uruguay perchè arbitra Galeati, in completo bianco. Le partite in cui non figura il Brasile si riconoscono benissimo, perchè allo stadio vi saranno sempre circa dieci mila spettatori, molte volte anche meno. Invece quando giocano i brasiliani, si raggiunge tranquillamente i centotrenta mila. Si avete letto bene. Dopo soli quattro minuti i nordici sono avanti: campanile in area di rigore, la stoppa benissimo Palmer, che poi giocherà un anno nella Juve e la mette dentro, con un bel destro. Al quarantesimo minuto Ghiggia avanza indisturbato verso l’area svedese, la palla gli si alza quel tanto che basta per colpirla da sotto di collo pieno. Viene fuori un arcobaleno che finisce al sette. Palla al centro. Prima dell’intervallo lancione lungo degli svedesi, a vuoto il portiere uruguagio e Sundqvist segna. Di nuovo Svezia avanti. Al minuto settantasette Miguez impatta la palla in area e la mette sotto la traversa. Poco meno di dieci minuti e Varela calcia la palla in area. Portiere svedese, tocca la palla ma non allontana, la sfera rimane lì e nuovamente Miguez firma il definitivo sorpasso. Si decide tutto al Maracana. Il Brasile intanto ne ha rifilati sei agli spagnoli. I brasiliani si sentono già con con Rimet fra le mani. Infatti ogni qualvolta si presentava un uruguagio gli dicevano che ne prendevano minimo quattro. Gli uruguagi arrivano al match, tranquilli, non avendo nulla da perdere ma allo stesso tempo arrabbiati e determinati. D’altra parte sono uruguagi no? Il match inizia col Brasile che attacca continuamente anche se la Celeste colpisce un palo. Intervallo sullo zero a zero. Al terzo minuto però Friaça segna e il Maracana ve lo lascio immaginare. Circa duecentotrentamila brasiliani impazziscono. L’Uruguay riprende fiato e a testa bassa attacca. Ghiggia è una scheggia e in una delle tante galoppate, portano al gol di Schiaffino che arriva come un treno da dietro e mette la palla al sette. Il Brasile anche col pareggio è comunque campione. I brasiliani sia in campo che in tribuna, accusano il colpo, perchè inaspettato. Ma Ghiggia continua a correre e come con la Spagna, dopo una delle sue tante discese, tira forte sul primo palo e la palla supera Moacir Barbosa che si aspettava un cross basso e forte in mezzo l’area come sul primo gol. Gli uruguagi increduli mentre sulle tribune si sta consumando un dramma. La partita giunge al termine e la Celeste è incredibilmente Campione del Mondo. Schiaffino esce dal campo con le lacrime in viso e non vi sarà cerimonia o fotografia degli uruguagi vincitori.

Dopo la vittoria del Mondiale vi è ancora il tempo per vincere in patria. Ormai la Nazionale è forte e adulta e si cerca di bissare in Svizzera nel 1954. Gli uruguagi partono consapevoli che però quest’anno parteciperà una squadra di cui si parla un gran bene: è l’Ungheria del colonello Puskas. L’ Uruguay sceglie come sede del ritiro Hilterfingen, nel cuore della Svizzera, affacciata sul meraviglioso lago di Thun, una cartolina di sicuro successo per mogli e parenti. Lo vengono a sapere anche in Italia, specie a Milano, in cui in fretta e furia viene inviato un dirigente milanista di nome Mimmo Carraro (nessuna parentela con i Carraro che verranno). Ha un solo ordine e deve eseguirlo: portare a Milano, Juan Alberto Schiaffino. Se in questi giorni vi è tanto stupore per aver portato Cristiano Ronaldo in Italia, non pensiate che l’ operazione Schiaffino sia molto diversa dal punto di vista socio-mediatico: il miglior calciatore al mondo (o uno dei primissimi), pronto a sbarcare nel Bel Paese. A dirla tutta già il Genoa non molto tempo prima ci aveva provato ma Schiaffino rifiutò. Pepe è un giocatore rossonero, prima di iniziare il Mondiale e come la competizione dimostrerà, Schaffino è si sulla via dei 30 (anni) ma non è di certo in una fase calante, come pensavano i dirigenti del Penarol, lasciandolo andare però alla cifra record di 52 milioni di lire. In patria, il suo trasferimento verrà associato ad una vera tragedia ed in parte, forse lo era davvero. Dopo la firma finalmente si gioca: in tre giorni gli uruguagi ne infilano due alla Repubblica Ceca, tra cui una rete del nostro Pepe e sette agli scozzesi: quarti di finale con zero reti subite e nove segnati. Capitolo tre: Inghilterra. Celeste avanti tre a uno poi gli inglesi accorciano ma dieci minuti dopo si riportano di due reti avanti e così finirà: quattro a due. In semifinale arriva la temuta e rispettata Ungheria. I numeri dei magiari fanno paura anche ai Campioni del Mondo in carica: nella fase a gironi i magiari ne fanno diciasette in due match contro Corea del Sud (9) e Germania Ovest (8), ai quarti trovano il Brasile di Julinho ma la battaglia di Berna premia i magiari grazie alla doppietta di Sandor Kocsis (4-2 il punteggio). La semifinale è senza dubbio la partita più bella del Mondiale svizzero. Gli uruguagi devono però far a meno di Varela, Miguez e Abbadie, infortunati nella gara precedente. Czibor apre le marcature al dodicesimo minuto con un gran diagonale. I cross piovono sulla testa di Kocsis ma Maspoli ne respinge uno dopo l’ altro. Uno di quei tanti cross non arriva al centro area ma sul secondo palo, in cui arriva Hidegkuti che in tuffo batte un Maspoli non perfetto, ed è due a zero. I magiari mollano la presa ed in questi casi il carattere uruguagio viene fuori come non mai. Schiaffino si prende in mano la squadra firmando l’assist per il gol della speranza: segna Juan Eduardo Hohberg, argentino naturalizzato uruguagio, che con un piatto sul primo palo batte Grosics. Manca ancora venti minuti e due a uno non finirà. Sicuro. Martinez intanto salva sulla linea il gol che avrebbe condannato i sudamericani. Scena simile pochi minuti dopo ma nell’altra area di rigore in cui Zakarias respinge di testa a pochissimi centimetri dalla linea. La partita sarebbe intensa oggi, immaginate allora, infatti Gianni Brera la definirà la partita più bella della storia del calcio e di motivi in effetti ve ne sono a decine. Manca ancora cinque minuti e Hohberg, lanciato nuovamente dal Pepe si ritrova a tu per tu con Grocsis. L’uruguagio lo supera, ma l’ungherese tocca la palla ma non quel tanto che basta per levarla dai suoi piedi. La palla rallenta la sua corsa e si ritrova nuovamente sui piedi di Hohberg che calcia alla cieca in porta con due ungheresi pronti a respingere, invano. Gli ungheresi vorrebbero uccidersi, per non aver chiuso prima la questione. Due pari e si va ai supplementari. L’ Uruguay ha una palla dorata nuovamente sui piedi di Hohberg che complice la stanchezza ciabatta clamorosamente il pallone da posizione divina per segnare. Sono i sudamericani che dominano i supplementari. Ancora Hohberg ha la palla del sorpasso ma centra il palo pieno da fuori area. Intervallo e sarà l’ inizio della fine per gli uruguagi. I magiari fanno capolino, Budai crossa e un meraviglioso colpo di testa di Kocsis, finisce alle spalle di un immobile e incolpevole Maspoli. Nuovo traversone in area e provate ad indovinare chi arriva: Kocsis che sposta aria ed avversario e impatta la palla all’ angolino, Maspoli invano si tuffa. L’Ungheria corre dritta verso il titolo. Tre giorni dopo, gli uruguagi, scarichi e demotivati perderanno tre a uno contro una modesta Austria. Ma per Schiaffino è tempo di cambiamenti.

Torna a Montevideo, raccoglie le sue cose, saluta parenti e amici e sale su un aereo con destinazione Milano. Sbarca a Milano di un mercoledì ma come richiesto dallo stesso giocatore vorrà passare qualche giorno di riposo e la società lo accontenta trovandogli alloggio dalle parti di Rimini. Una volta riposato è tempo di conoscere i compagni di squadra, e che compagni: Nils Liedhol, Nordhal e Cesare Maldini. Anche l’allenatore è un fuoriclasse e si tratta di Béla Guttmann ma vi rimarrà in panchina fino al febbraio successivo, per poi essere rimpiazzato da Hector Puricelli nato uruguagio e morto italiano. Pepe esordisce in campionato il diciannove settembre contro la Triestina che in estate ha ceduto Maldini proprio al Milan. Pepe segna ben due gol in ben due minuti e durante il campionato la coppia di centrocampo formata da lui e Liedholm fa impazzire Milano. Anche quella neroazzurra. Il campionato è reso avvincente soltanto da qualche passo falso dei rossoneri che comunque vinceranno. Il primo posto dà il diritto al Milan di partecipare alla prima edizione assoluta della Coppa dei Campioni. La stagione seguente è la Fiorentina ad avere la meglio grazie anche ad una spinta incredibile dei tifosi sia in casa che in trasferta. I rossoneri arriveranno comunque secondi con Schiaffino ancora una volta protagonista, con le sue sedici reti, una in più della stagione precedente. Il calcio italiano ammira e applaude questo fenomeno. Il fisico non sembra esser un problema per lui, è si gracile ma quei piedi mandano la palla dove vogliono. In Italia sul finire degli anni cinquanta mai si era visto un calciatore così. Ci sono i cannonieri, i muri, gli assist man, ma poi ci sono gli artisti e con loro difficilmente puoi competere. In Coppa dei Campioni la corsa rossonera verrà fermata dal Real Madrid della Saeta Rubia. Una volta concluso il campionato però, Nordhal dopo duecentoventuno reti, lascia Milano per giocare a Roma per la Roma.  Dopo una lenta discesa dal punto di vista realizzativo, Schiaffino seguirà le orme dello svedese. Vi è però ancora il tempo di credere nella vittoria in Coppa dei Campioni ed è la stagione ’57-’58. Il Milan arriva in finale dopo aver battuto o meglio asfaltato, Rangers, Borussia Dortmund e Manchester United. Si gioca a Bruxelles, in un Heysel stracolmo (circa 130mila). La partita è noiosa anche se le occasioni più invitanti hanno marca rossonera. All’ora di gioco Schaffino riceve palla, entra in area e calcia un diagionale secco che sfiora il palo e si infila in rete. Il Real pareggia un quarto d’ora dopo con Di Stefano, dopo che Schiaffino aveva colpito la traversa con un gran siluro dalla distanza. Verrà fuori una girandola di emozioni, prima con l’argentino Ernesto Grillo che dopo aver fatto trenta metri palla al piede calcia sul primo palo e porta in vantaggio il Milan. Non si finisce di esultare che il Real adotta lo schema vincente: palla a Di Stefano. La Saeta Rubia attira uomini su di sè, lancia Raymond Kopa che mette a sedere Eros Beraldo e butta la palla in mezzo. Dopo un controllo magnifico a metà altezza, Rial, batte ancora una volta la palla in terra, supera Fontana e calcia di collo pieno, si, in rete. Due a due. Nei supplementari decide il sinistro di Gento che in realtà non è un tiro imparabile ma la grossa incomprensione tra Soldan e Bergamaschi, fa andare dritta in porta la palla. Non c’è più tempo, il Milan deve ancora arrendersi al grande Real Madrid. Altri due scudetti per Schiaffino e poi Roma chiama. Intanto grazie al suo trasferimento al Milan, Pepe ebbe l’occasione di giocare anche per la Nazionale italiana, in quanto oriundo. Giocò qualche partita nel ’54 ma poi per tre anni non si vide, complice qualche disguido con Foni, il selezionatore degli azzurri. Tornò appunto nel ’57 e purtroppo per lui e per tutti noi, era a Belfast nel gennaio del 1958 quando gli Irlandesi del Nord, ci fecero fuori e non potemmo andare in Svezia a giocarci il Mondiale. Il passaggio alla Roma non fu facile, complice qualche diverbio tra Rizzoli, presidente del Milan e Renato Sacerdoti, presidente dei capitolini. L’affare andò comunque in porto ma l’età di Schiaffino non gli permise di essere quello di una volta e quindi volle abbandonare il suo ruolo per giocare libero. Alla prima stagione vinse la Coppa delle Fiere nella doppia finale contro il Birmingham City.

Una volta abbandonato il calcio, torna in patria e gli viene in mente la non brillante idea di allenare. Come è noto agli amanti delle statistiche i grandi calciatori, difficilmente sono anche campioni della panchina. A mio modesto avviso Johan Cruijff ne è la perfetta e forse unica eccezione (non scordiamoci Zidane). Schiaffino purtroppo rientra nella categoria più affollata. Nel 1974 gli viene affidata la panchina della Celeste. Compito importante poichè il ’74 precede la Coppa America che dopo otto anni si torna finalmente a giocare. L’Uruguay in quanto campione in carica viene inserita direttamente in semifinale in cui incontrerà una lanciatissima Colombia. Il torneo prevedeva andata e ritorno e la prima gara in Colombia, sarà una disfatta per la squadra di Schiaffino che prenderà tre gol in mezz’ora. La partita di ritorno giocata il primo ottobre, sarà un inutile uno a zero per la Celeste. Alla fine il Perù dei fuoriclasse Sotil e Teofilo Cubillas, vincerà il torneo in un momento delicatissimo della storia peruviana. Finirà poi per allenare le giovanili del Penarol, per poi dedicarsi ad una vita più comune, tipica dei calciatori di quell’epoca. Amava gli affari specie quelli immobiliari e a Montevideo continuò questo secondo lavoro. Oltre al calcio un altra sua grande passione fu la pesca. Se ne andrà, purtroppo, un tumore lo strapperà da Montevideo per portarselo via con sè e magari portarlo accanto alla sua donna, Angelica che sposò nel 1952 dopo dieci anni di fidanzamento. Lei se ne andrà a primavera 2002, lui farà in tempo a vedere Ronaldo trionfare in Corea per poi spegnersi per sempre, il tredici novembre, dello stesso anno. Montevideo merita una visita non solo per la città che è, non solo per i colori o per il semplice divertimento di andare in Sudamerica. Per i calciofili, Montevideo sarà per sempre la città di Juan Alberto Schiaffino, che purtroppo in pochi conoscono. Gli sarebbe bastato nascere trent’anni dopo e la televisione avrebbe tolto il velo da sopra la testa e mostrato a tutto il mondo questo fuoriclasse ma, in qualche modo, tutt’ora per i grandi appassionati di calcio viene ricordato come merita.

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