Football Stories: Paolo Maldini

Un famoso detto recita: “tale padre, tale figlio”. Può avere accezione negativa o positiva, è vero, ma in questo caso trattasi chiaramente della seconda opzione. Il padre si chiama Cesare, nome da imperatore, da leader. È stato il capitano del grande Milan europeo che ha sollevato la prima Coppa dei Campioni, a Wembley. Ma, secondo molti, il suo più grande merito è stato quello di aver generato Paolo. Il DNA è quello che è, fa ciò che vuole, ed è per questo che suo figlio è addirittura più forte di lui. 31 anni con una sola maglia, un grande capitano, una bandiera, una leggenda, uno dei difensori più forti e versatili della storia del calcio. In due parole: Paolo Maldini.

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“INTER O MILAN? BOH…MILAN!”: Paolo nasce a Milano il 26 giugno del 1968. Primo figlio maschio di Cesare e Marisa, che già avevano tre femmine: Valentina, Monica e Donatella. Quest’ultima è un’appassionata di fotografia e, un giorno del 1978,  decide di fotografare il fratellino durante una partita del torneo scolastico: indossava una maglia granata e stava colpendo meravigliosamente al volo di collo pieno. La sera stessa, a cena, fa vedere la foto al padre. La reazione di Cesare non si fa attendere: “beh…sembra un ottimo calciatore”. A nome di tutta la famiglia, la moglie decide di prendere la parola: “Cesare, mi sa che solo tu non ti sei ancora accorto che Paolo potrà diventare come te“. Convinto della bontà delle parole di Marisa, Cesare decide di iscrivere il figlio a un provino. Ma in quale squadra? “Paolo, allora che dici? Milan o Inter?” – “Papà, se proprio devo scegliere tra queste due, allora dico Milan“. Resta da capire il motivo della mancanza d’entusiasmo della scelta: in realtà, Paolo era rimato estasiato dalla nazionale italiana che, nel 1978, era andata a giocare i mondiali in Argentina. Praticamente era la Juventus con la maglia azzurra e il suo giocatore preferito era Roberto Bettega, che da dirigente bianconero proverà – invano – a portarlo in bianconero. Al momento di disputare il provino, Paolo viene schierato all’ala destra e, come prevedibile, gioca una partita sublime. Al termine del provino, gli osservatori non hanno dubbi: Paolo diventerà un giocatore del Milan. Se per consuetudine si dovrebbe chiamare il responsabile del settore giovanile per confermare l’interesse, stavolta le cose vanno diversamente: un responsabile del Milan chiama direttamente Cesare e gli chiede di farlo firmare immediatamente. Il 12 settembre del 1978, Paolo Maldini diventa ufficialmente un calciatore rossonero. L’esordio arriverà 7 anni dopo con Nils Liedholm allenatore, in un Udinese-Milan, con un paio di scarpini di due numeri più piccoli prestatigli da Ray Wilkins. Un retropassaggio al portiere rossonero Giuliano Terraneo rappresenta il primo pallone toccato da Paolo in Serie A.

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SACCHI: Nel 1986 il Milan cambia padrone: da Farina a Berlusconi, un imprenditore con possibilità economiche praticamente illimitate e tantissime idee. L’anno dopo il Milan cambia anche allenatore: arriva Arrigo Sacchi. Se Liedholm aveva insegnato a Paolo a muoversi nel mondo del calcio, lui sarà fondamentale per la sua posizione in campo: prima i terzini si limitavano a fluidificare, adesso iniziano a sovrapporsi. Inutile dire che Maldini riusciva a farlo come pochi al mondo, essendo dotato di un atletismo fuori dal comune e di due polmoni incredibili. Il Milan vince lo scudetto e, l’anno successivo, tenta l’assalto all’Europa. Al secondo turno arriva la Stella Rossa di Belgrado, compagine assolutamente abbordabile. Gli uomini di Sacchi riusciranno a passare il turno soltanto ai rigori, dopo che una nebbia pazzesca ha fatto sì che si ripetesse la partita il giorno successivo. Da quella partita in avanti sarà una cavalcata memorabile. che li porterà ad alzare la coppa dalle grandi orecchie: 4-0 alla Steaua Bucarest in una delle finali più belle mai giocate dalla squadra rossonera. Riesce a ripetersi anche l’anno seguente, quando nella finale di Vienna Frank Rijkaard inchioda il Benfica sull’1-0. Ormai non ci sono più dubbi: Maldini è un giocatore che non si è mai visto. Corre per due, nella stessa azione si propone per il cross dal fondo e te lo ritrovi a raddoppiare in difesa. Si ha la sensazione che un giocatore come lui non si fosse mai visto fino a quel momento.

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CAPELLO: L’era Sacchi termina nel 1991, ufficiosamente dopo la sconfitta contro il Marsiglia nei quarti di finale della Coppa dei Campioni. Al suo posto arriva (o meglio dire torna) Fabio Capello, che darà a Maldini un’ulteriore dimensione all’interno del rettangolo verde. Sacchi lo faceva sovrapporre praticamente a ogni azione, lui invece gli darà totale libertà: “sovrapponiti solo quando tu ritieni sia  necessario”. Quell’anno, il Milan diventa praticamente invincibile: vince il campionato senza mai un rigore a favore e non prende gol per tantissime giornate consecutive (record di imbattibilità di Sebastiano Rossi). In Champions non va sempre bene, ma nel 1993-1994 i rossoneri sono di nuovo sul tetto d’Europa grazie a una vera e propria lezione di calcio inferta al grande Barcellona di Johann Cruijff.

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ANCELOTTI: Il 5 novembre del 2001, Fatih Terim viene esonerato e – al suo posto – arriva Carlo Ancelotti, reduce da due stagioni non molto fortunate sulla panchina della Juventus. Quando inizia l’era di Carletto, Maldini è ormai a tutti gli effetti il leader del Milan. Quell’anno i rossoneri arrivano quarti e si qualificano per i preliminari di Champions League. La stagione successiva rappresenta una delle più importanti dell’intera storia del club milanese: a Old Trafford, Ancelotti si prende una vendetta personale contro la sua ex squadra, la Juventus, e il Milan alza al cielo la sua sesta coppa dalle grandi orecchie. Da Cesare a Paolo, dall’Inghilterra all’Inghilterra, entrambi capitani, entrambi con quella bellissima coppa in mano. Il 25 maggio di due anni dopo è di nuovo finale di Champions: davanti al Milan si presenta il Liverpool. Il primo tempo è da manuale del calcio: 3-0 per i rossoneri all’intervallo, con doppietta di Crespo e gol proprio di Paolo Maldini dopo appena un minuto di gioco. La partita ormai sembra finita, una squadra così forte non può perdere. Il calcio, però, a volte è veramente strano: il Liverpool riesce a recuperare interamente il risultato in 6 minuti e, ai rigori, vince il trofeo grazie soprattutto alle parate del portiere Dudek. Questa sconfitta fa registrare uno dei momenti più difficili per Maldini e compagni, ma il destino – alle volte – ti ridà ciò che si è preso in precedenza. Nel 2007 è ancora finale, è ancora Milan-Liverpool. Quel maledetto 25 maggio di Instabul viene definitivamente spazzato via da una doppietta di Superpippo Inzaghi, che devia una punizione di Pirlo e – nella ripresa – sigla la doppietta depositando in rete un passaggio filtrante dello spaventoso Kakà, dopo aver fatto accomodare a terra Dudek. Dopo la tragica notte turca, i giocatori più rappresentativi quasi si rifiutavano di vestire nuovamente la maglia rossonera: Nesta voleva restare a Miami, Gattuso si vergognava anche a guardarsi allo specchio, Pirlo scriverà nella sua autobiografia che quella sconfitta lo ha segnato a vita e tanti altri. L’unico che ancora ci credeva era Paolo, il capitano. Un capitano vero, di quelli che parlano poco e che si fanno sentire solamente nei momenti di difficoltà, di quelli che rispondono ai tifosi dopo una brutta prestazione. È stato lui, metaforicamente, a prenderli tutti per mano e a riportarli sulla via giusta: quella, ovviamente, della vittoria. Non una vittoria come le altre, ma contro la stessa squadra che due anni prima li aveva fatti soffrire. Come lui stesso ha detto: “una bandiera si vede quando il vento soffia forte”.

L’ADDIO A SAN SIRO: Nonostante chiunque ami il calcio non vorrebbe mai veder smettere questi giocatori, il 24 maggio 2009 – a 41 anni – anche lui decide di dire basta. Dopo una carriera trascorsa a dominare in qualsiasi posizione del campo si trovasse. Anche nella difesa a 3, con Zaccheroni, quando nel 1999 il Milan è riuscito a vincere uno scudetto incredibile superando la Lazio nelle ultime giornate. A San Siro arriva la Roma di Francesco Totti e, si sa, quando il Pupone è in giornata è praticamente inarrestabile. Sfortunatamente per il Milan, quel giorno lo era: la squadra di Ancelotti perde 3-2. Al fischio finale arriva il momento dei saluti. Paolo si avvicina alla parte della curva più calda del tifo rossonero per raccogliere il meritato applauso, eppure accade qualcosa di inaspettato: gli ultras iniziano a fischiarlo. Più avanti spiegheranno che la motivazione risale proprio alla notte del 25 maggio 2005, quando Maldini avrebbe dato dei “pezzenti” a una parte dei tifosi che avevano chiesto delle scuse. La cosa più importante, per lui, è stato però vedere tutta la sua famiglia in tribuna. La moglie Adriana, i due figli e soprattutto il padre Cesare. Lì, in piedi dal primo all’ultimo secondo di partita, visibilmente commossi. E come loro gli altri 70.000 che abitavano San Siro quel giorno. E, ancora, tutto il resto del mondo calcistico. Indipendentemente dal tifo, indipendentemente da tutto.

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