Geni della panchina: Osvaldo Zubeldia

Junin. Periferia di Buenos Aires. Cittadina prevalentemente agricola che si affaccia sul Salado del Sur, fiume che scorre appunto verso sud, per circa 640 chilometri, prima di buttarsi nel Rio de la Plata. Oltre al mercato agricolo, Junin non vanta presenze indimenticabili.

Evita Peron (sì, la futura first lady) ha vissuto a Junin dal 1931 al 1935. Ma nel 1927 proprio in questa parte di Buenos Aires nasce da Ignacio Zubeldia e Ursulina Chidichino il piccolo Osvaldo Juan che prenderà il cognome di entrambi i genitori ma verrà conosciuto come Osvaldo Zubeldia. Al Barrio di Villa Ortega lo chiamano Flaco o Paleta perchè è alto, ma ha delle braccia scheletriche, quasi senza muscoli. Ammirava il River Plate, quel meraviglioso River chiamato La Maquina che influenzerà il Total Voetball di Michels e Cruijff. Di Stefano, Pedernera, Lostau, Labruna e Munoz, ancora oggi sono ricordati divinamente da quelle parti. E Osvaldo è uno dei migliaia di quei ragazzini che ammirano ad occhi aperti questi fuoriclasse, che trattano la palla come fosse la loro madre.

La carriera di Osvaldo inizia nel 1949 quando il Velez si accorge di lui, è giovane, mingherlino e usa soltanto un piede. Non è uno dei migliori ma ha solo 21 anni e può ancora migliorare. Il Velez però gli dà fiducia e in un pomeriggio di settembre, il 25 ad esser precisi, il Velez affronta il River. E’ un pomeriggio indimenticabile per Osvaldo perchè segna tre gol ad Amedeo Carrizo, all’epoca uno dei migliori portieri in circolazione ed oggi Presidente Onorario del River Plate. La gara terminerà 5 a 3 per il Velez. Dopo quel pomeriggio le gioie saranno poche ma nel ’56 passa al Boca Juniors in cui segnerà undici reti in trentotto gare. Non è il migliore ma il tempo per migliorare sta per scadere.

Nel 1960 si ritira dal calcio giocato. Fin dal primo giorno da ex giocatore si mette i panni da allenatore e siede sulla panchina dell’Atletico Atlanta che lo aveva accolto da giocatore dopo esser stato al Boca. I suoi metodi di allenamento sono strani per il calcio degli anni sessanta. Intanto due sedute di allenamento giornaliere bastano per creare qualche disguido. Molti schemi tattici e non che vediamo oggi li creò e li perfezionò proprio Zubeldia, prima con quello che aveva, all’Atlanta e poi con quello che voleva con l’Estudiantes de la Plata. La spizzata su corner sul primo palo, il mediano di contenimento ma soprattutto la difesa che si muove per creare il fuorigioco, quindi una squadra corta, compatta pronta a marcare a zona anche a centrocampo. Le nuove rivoluzioni si ebbero anche fuori dal rettangolo di gioco. A tavola non esistono posti fissi, per via di evitare gruppetti e il capotavola serve i pasti a tutti gli altri. E come poteva mancare il teatro grande passione di Zubeldia. Per qualche mese è stato costretto ad insegnare inglese ai suoi giocatori. Il motivo è curioso. Zubeldia, prima di fare la storia con l’Estudiantes venne chiamato per allenare l’ Argentina in vista dei Mondiali inglesi del ’66. Ma Zubeldia, Londra non la vedrà poichè alcuni funzionari dell’ AFA provavano antipatia verso di lui e quindi fu richiamato Lorenzo già allenatore nel ’62 in Cile con scarsissimi risultati.

Nello stesso anno, 1965, arriva con tutto il suo staff, sulla panchina dell’Estudiantes. Staff, meticoloso e molto ben preparato. Vi sono Miguel Ignomiriello allenatore delle giovanili, il quale ne porterà tanti da Zubeldia, il vice Geronazzo e il preparatore atletico Jorge Kistenmacher, che di lividi ne ha fatti sparire tanti. Ignomiriello inizia fin da subito a metter carne al fuoco e Zubeldia ne scoprirà presto il sapore divino. Dalle giovanili arrivano Pachamé (che poi allenerà l’ Estudiantes nel 1981 e nel 2004), Flores, Poletti, Oscar Malbernat autore di un solo gol in più di duecento presenze, Echecopar, e la ciliegina sulla torta è Juan Ramon Veron. L’Estudiantes, ad oggi, deve molto ai Veron, prima al padre, ala velocissima, che giovanissimo ha alzato la Coppa Libertadores e poi al figlio fuoriclasse del centrocampo visto e ammirato anche in Italia, che a 34 anni alzerà al cielo la Libertadores, con la fascia da capitano al braccio. Tutti questi giovani futuri campioni verranno battezzati La Tercera Que Mata perchè la maggior parte dei giovani che ne facevan parte giocavano nelle terze divisioni regionali, prima di vestire la casacca bianco e rossa. A questi dobbiamo però aggiungere due grandi acquisti come Carlos Bilardo e Marcos Conigliaro. Oggi Bilardo lo conosciamo tutti come dirigente della Nazionale argentina ma con le scarpe da calcio disegnava traiettorie meravigliose, pane per i denti per gli attaccanti e gioia per chi vede. Zubeldia, che non è il primo che passava di lì, ci mette pochissimo a dargli la numero 8 sulle spalle e le chiavi del centrocampo. Bilardo è il metronomo dell’Estudiantes de la Plata. E quando c’è da picchiare non stà certo a guardare. Zubeldia ha fin da subito anche il controllo emotivo sulla squadra e allena anche questo aspetto. Studia e conosce ogni avversario e indica cosa un suo giocatore deve dire al suo diretto avversario in modo da farlo allontanare mentalmente dal match in corso. Una lezione di provocazione elegantissima. Maniaco anche sui calci piazzati, l’Estudiantes di Zubeldia ne segnerà a valanghe di gol, grazie a schemi su calci da fermo.

Nel 1967 arrivano i primi risulati e vince il Metropolitano. L’Estudiantes è il primo club non di Buenos Aires a vincere il titolo. La vittoria consente al club di partecipare alla Libertadores del 1968. Negli anni settanta la Libertadores veniva divisa a zone ovvero: Gruppo uno: Argentina e Colombia, quindi Estudiantes, Independiente, Millionarios e Deportivo Cali. Gruppo due: Bolivia e Perù e via via tutto il resto del Sud America. Quella edizione fu molto impegnativa per l’Estudiantes e mise a dura prova le idee e le capacità dei calciatori. Dopo tre mini gruppi ai quarti è il turno delle semifinali, in cui si affrontano la prima di ogni gironcino più la vincitrice del torneo precedente, quindi il Racing Avellaneda. Una semifinale è il derby argentino. Ci son volute tre partite prima di scrivere Estudiantes sul tabellino della finale. L’altra semifinale tra Palmeiras e Penarol ha visto i brasiliani uscire imbattuti dal doppio confronto.

Anche la finale prevede due gare. La prima gara si gioca in Argentina e potete immaginare la bolgia durante il match. Immaginatela allora al minuto 83 quando Juan Ramon Veron ha pareggiato i conti. Andiam avanti quattro minuti e resterete sordi. Si, perchè al minuto 87 Flores ha messo dentro il definitivo sorpasso. Il 7 maggio, cinque giorni dopo, si gioca a San Paolo. Ma Tupazinho, calciatore sublime, come spesso accade è in giornata e lo dimostra dopo dieci minuti con un missile da 35 metri che parte dal suo sinistro e si insacca all’incrocio. Pareggia i conti Veron che su tap-in batte Valdir de Moraes. La fortuna però sorride ai brasiliani che sfruttano uno scivolone di Madero per segnare grazie ad un rimpallo il sorpasso. Più tardi arriverà il tre a uno definitivo. La gara decisiva si gioca al Centenario di Montevideo. Ribaudo la apre e Veron la chiude, l’Estudiantes è campione del Sud America. Molti mesi dopo si affrontano a La Bombonera Estudiantes e Manchester United, gara di andata della Coppa Intercontinentale. Zubeldia come sempre sà ed ha studiato tutto, conosce gli inglesi e come farli innervosire e le due gare che ne usciranno, saranno quasi dei bollettini di guerra. Una miriade di Pincharratas son venuti a Buenos Aires per sostenere i propri idoli. La United Trinity non fa però paura agli argentini, che mettono in campo tutta la garra che serve per diventar campioni. Dopo un salvataggio sulla linea, la palla finisce in fallo laterale. Da questa rimessa ne nasce un calcio d’angolo a favore degli uomini di Zubeldia. E proprio sul corner battuto da Veron, Conigliaro si butta nella mischia a centro area e batte Stepney. Gli argentini urlano ed esultano, Sosa Miranda fischia tre volte e manda il verdetto decisivo a Manchester, venti giorni dopo. Immaginate il 16 ottobre a Manchester. Non è mai smesso di piovere. Old Trafford sembra una piscina olimpionica. Ancora un colpo di testa è fatale agli inglesi, la partita la deciderà Veron. Tornati in Sud America i calciatori sono accolti come eroi ma a Febbraio è già tempo di altri trofei in palio.

Il 1969 corrisponde alla prima edizione della Coppa Interamericana ovvero si sfidano le vincitrici della Libertadores e della Concacaf, in questo caso Estudiantes e Toluca. Le prime due sfide terminano con gli ospiti che vincono per due a uno quindi la terza e decisiva partita si gioca nuovamente al Centenario di Montevideo, in cui gli argentini hanno la meglio per tre a zero. Flores e due volte Conigliaro mettono in bacheca il terzo trofeo internazionale del club in meno di dodici mesi. Il cammino vincente di Zubeldia ha così inizio. Non saranno però solo vittorie. In quanto campione in carica l’Estudiantes entra a far parte della Libertadores in semifinale. Un doppio tre a uno prima in Cile e poi in casa permettono alla banda di Zubeldia di superare l’Universidad Catolica e sfidare in finale il Nacional Montevideo il quale ha giocato tre match di fuoco in un derby tutto di Montevideo col Penarol. Sono in settantamila il 19 maggio ad occupare gli spalti del Centenario. Il solito 4-3-3 di Zubeldia è pronto a darsi battaglia contro un avversario meno tecnico ma grintoso e ben messo in campo. Quando manca una ventina di minuti al termine, Flores segna la rete dello zero a uno e mette mezza coppa in bacheca. Il ritorno finirà due a zero per Bilardo e compagni. A La Plata è festa grande.

Rimane solo da sapere quale euroepa sarà a sfidare i Pincharratas. A Madrid si gioca la finale di Coppa dei Campioni fra il Milan di Nereo Rocco e un giovane Ajax di Rinus Michels che impiegherà non molto tempo a prendersi la scena europea. Al Bernabeu non vi è storia e finisce quattro a uno per i rossoneri, con tripletta di Pierino Prati e Sormani, nel mezzo il gol su rigore di Vasovic. Quindi ad Ottobre si gioca la prima gara a Milano. Gli argentini incuriosiscono gli europei, nessuno gli ha mai visti realmente. Rocco ha preparato in modo fenomenale la sfida e alla fine del primo tempo Sormani e Combin hanno già segnato. Nella ripresa si ripeterà Sormani. Il verdetto non è del tutto chiuso. Si gioca a La Bombonera in una bolgia e per i milanisti non sarà una passeggiata. Ma in Argentina tutti aspettano Nestor Combin, il quale è considerato un traditore in quanto abbia scelto la nazionalità francese piuttosto che quella argentina e come se non bastasse viene accusato anche di aver disertato il servizio militare. Stando ad alcuni racconti, i giocatori rossoneri furono ricoperti di caffé bollente alla loro entrata in campo. E pochi minuti dopo, mentre posano per la foto di squadra, vengono presi letteralmente a pallonate dagli avversari. Ma il peggio deve ancora venire, specie per Combin. Nel mezzo di tutto questo ci sarebbe anche una partita. Segna Rivera alla mezz’ora, poi in un minuto i Pincha ne mettono due con Conigliaro e Aguirre Suarez. La ripresa non basta e il Milan è campione del mondo. Combin intanto esce sanguinante e con diverse fratture in viso. Come se non bastasse Combin viene preso di forza dagli spogliatoi dalle autorità e mandato in questura per diserzione del servizio militare. Ma i guai li passeranno anche i giocatori argentini. Il portiere Poletti fu radiato dalla federcalcio argentina (poi revocata), Suarez venne squalificato per trenta partite mentre Manera per venti. Poletti, Suarez e Manera scontarono anche un mese di prigione.

Il 1970 è ancora Libertadores. In quanto campione in carica l’Estudiantes accede di diritto alla semifinale. E non è una partita come le altre. La Plata contro Buenos Aires. Estudiantes contro River Plate. Non vi è mai stato nulla di così alto in palio. Al Monumental segna Flores di testa. Otto giorni dopo i Pincha danno una lezione di calcio ai rivali del River e vincono per tre reti a uno con reti della Bruja Veron, Soalri e Echecopar. Per i Millionarios a segno Oscar Màs che poi andrà a giocare al Real Madrid per una stagione, senza lasciare nessun buon ricordo. Nell’altra semifinale, Universidad de Chile e Penarol si danno battaglia a suon di gol e nella gara decisiva trionfano gli uruguagi, seppur con un pareggio. Zubeldia li conosce bene, forse anche troppo ma si fida dei suoi. La gara di andata si gioca a La Plata. Lo stadio Jorge Luis Hirsch trema ai cori dei trentamila che indossano il bianco e il rosso sia addosso sia nel cuore. C’è voglia di fare storia e Zubeldia ci vuol entrare di diritto. La gara inizia ed è bloccata. Vi sono tanti falli e la gara sembra finire a reti bianche. Zubeldia intanto ha messo in campo Nestor Togneri, centrocampista muscolare, che tanto ha fatto comodo in molte partite. Togneri è fresco, scalpita ed ha voglia di decidere il match. Ci riesce. Quando mancano due minuti al triplice fischio di Robles. Lo stadio scende letteralmente in campo. Si sente da Buenos Aires la folla de La Plata che urla, salta e piange. Il ritorno in Uruguay terminerà a reti bianche. I sessanta mila del Centenario non son riusciti a sconfiggere Zubeldia e la sua banda. Altro successo altra corsa.

Nel ’71 l’ Estudiantes torna di diritto in semifinale, mai nessuno ci era riuscito prima. Ma prima di giocare la semifinale, anzi le semifinali, in quanto ancora esistenti i mini gironi da tre squadre, si gioca in una doppia sfida, la coppa Intercontinentale. E’ il turno del Feyenoord di Happel e van Hanegem. Qualche settimana dopo che i cinque numeri dieci brasiliani affondassero da soli l’Italia, si gioca a La Bombonera la prima gara e in cinquanta mila spingono gli uomini di Zubeldia, che mai abbandonerà il suo 4-3-3. Se ci fosse la guerra, nessuna trincea e nessun sottomarino: quattro tre tre. La partita è divertente e parte subito forte. Al quinto minuto Bilardo batte una punizione dalla trequarti. La palla è lenta e sembra innocua, Eddy Trijtel la agguanta ma mezzo secondo dopo la perde malamente, la palla non tocca neanche terra, che Conegliaro di testa la sbatte, fortunatamente o no, in rete. Treijtel rimane a terra incredulo di quanto sia successo, mentre gli argentini esultano. Pochi minuti più tardi, altro calcio piazzato, altro pericolo per gli olandesi. Bilardo batte come ordina fin dall’inizio Zubeldia sul primo palo. Sbuca Veron che salta da solo, la gira e raddoppia. Due a zero dopo dodici minuti. Gli olandesi provano ad uscire dal tunnel. Scambi ravvicinati al limite, palla larga e cross dentro. Henk Wery sembra più adatto al salto in alto che al calcio e con un meraviglioso balzo verso il cielo argentino, accorcia le distanze. Fine primo tempo di un match equilibrato e piacevole. La ripresa ha inizio e cambia poco, a parte il risultato. Classico lancio del novantaseiesimo, ma siamo a circa venti minuti dalla fine. Palla spizzata di testa, e di testa sul secondo palo sbuca il gobbo van Hanegem. Due a due e cala il gelo a La Boca. Zubeldia applaude i suoi, consapevole però del tremendo calo della ripresa. Il ritorno si gioca al De Kuip, dirige il match il peruviano Alberto Tejada a quei tempi arbitro, oggi sindaco del Distretto di San Borja. Sono in sessanta mila a Rotterdam a spingere per il Feyenoord. Come è già successo, specie contro le europee, gli argentini picchiano ed innervosiscono gli avversari, in pieno stile Zubeldia. I falli sono molti, Tejada cerca di tenere a bada i sudamericani, non è facile ma fortunatamente gli spagnoli son passati sia dall’Argentina che dal Perù. Rotterdam non è come Ajax, sembrano due paesi diversi. Ad Amsterdam se fai parecchi falli, non succede molto, al massimo qualche fischio dagli spalti. A Rotterdam è diverso, le mani dei giocatori non stanno mai ferme e dagli spalti piove di tutto. Creare baccano è un gioco da ragazzi. Gli olandesi potrebbero segnare ma Togneri salva sulla linea. Il secondo tempo si apre con un contropiede maestoso dell’Estudiantes. Flores corre, non lo prende nessuno, entra in area e serve Pachame per il classico tap-in ma Treijtel compie un miracoloso intervento e riscatta quella sciagurata uscita di venti giorni prima. Pachame passerà tutto il resto del match a chiedersi come abbia fatto il portiere a negargli la rete. Alla mezz’ora Happel mette dentro Van Daele, per togliere Moulijn, meraviglioso centravanti dell’epoca. Qualche minuto più tardi l’Estudiantes perde per due volte di fila la palla davanti la sua area, palla larga cross basso, Spadaro non benissimo che serve su un piatto d’argento una palla deliziosa a Van Daele che dimostra che non sempre serve avere il piede caldo. Palla tra palo e portiere e il De Kuip viene giù. E’ bellissimo oggi vedere il de Kuip esultare, immaginate nel 1970. Qualcuno entra anche in campo mentre sugli spalti si salta e si grida. Scene di altro calcio. La partita scorre, a tratti lenta quando gli olandesi hanno palla. Per i ragazzi di Zubeldia non ci sarà nulla di fare, coda tre le gambe e ritorno in Argentina. Accolti comunque come eroi. I tempi ormai sono cambiati e dopo tanti successi, Zubeldia saluta il club fra applausi e pianti.

Dopo Zubeldia arriva un uomo molto conosciuto da quelle parti: è Carlos Bilardo. Dopo tanti anni passati ad illuminare e creare il gioco, Bilardo è il successore di Zubeldia, il quale gli ha lasciato le istruzioni per l’uso. In parte, Bilardo farà un grande lavoro mancando però la ciliegina sulla torta, perchè incredibimente l’Estudiantes riesce a tornare in finale di Libertadores, venendo però sconfitto in tre match dal Nacional Montevideo. Mentre tutto questo accade, Zubeldia è a riposarsi da qualche parte nella selvaggia e affascinante argentina. Dopo tanti viaggi, pressioni e giornate piene di impegni è doveroso dover ricaricare le pile. Tornerà in pista nel 1974 allenando il San Lorenzo conquistando subito il Nacional. Il fuoriclasse dell’ epoca è Hector Scotta che con Zubeldia segnerà sessanta reti tra Metropolitano e Nacional.  Due anni più tardi andrà a giocare in Brasile per il Gremio per poi fare il check-in per un volo per l’Andalusia. Siviglia attende il fuoriclasse argentino il quale vi rimane per tre anni senza vincere nulla ma formando con Daniel Bertoni una grandissima coppia. Dopo un solo anno però Zubeldia lascia il San Lorenzo per allenare ad Avellaneda. El Cilindro trepida e accoglie Zubeldia come fosse una Libertadores. Una stagione tranquilla al Cilindro nulla da ricordare e nulla da dimenticare. Nel 1976 Zubeldia fa rotta verso Medellin per allenare l’Atletico Nacional. Vince subito il campionato, il terzo della storia per i colombiani, e a Medellin parte una vera e propria festa lunga più di un giorno ma meno di un anno. Qualificato per la Libertadores a Medellin ci si aspetta una seconda favola come quanto successo all’Estudiantes. Ma le cose non andranno per il verso giusto. La formazione di Zubeldia si scopre incapace di giocare gare di grande tensione e nervosismo. Ultimi con quattro punti nel girone iniziale. Il Nacional tornerà a vincere in patria nel 1981 e finalmente nel 1982 è tempo di giocare nuovamente la Libertadores. Ma se il calcio è strano la vita lo è ancora di più. Mentre il Nacional viaggia ad alti ritmi, Zubeldia ha un malore ed improvvisamente lascia il calcio e la vita su questa terra. E’ il 17 gennaio del 1982, a Medellin il cielo è nuvoloso. Entro pochi giorni si svolgerà il funerale al quale parteciperanno tutti i più grandi calciatori, argentini e non. A chi era legato, agli amici e non per forza quelli argentini. Era amico del calcio, del duro lavoro e della classica vita argentina: mate, tango y futbol. 

E’ vero ha vinto per soli tre anni, ma in Argentina i fine anni sessanta ancora non se ne vogliono andare. Rimangono impressi nella mente dei padri e dei nonni. Ma la vita scorre e il calcio con lei, Osvaldo Zubeldia ha dato il via ad un metodo da seguire se si vuol vincere, in Sudamerica. Organizzazione, astuzia e lavoro.

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