Ibra racconta l’addio alla Juve: “Volevo andar via, sfruttai l’interesse del Milan per metter fretta all’Inter”

Estate 2006, in piena bufera Calciopoli, mentre l’Italia si laurea campione del Mondo, molti protagonisti bianconeri di quel Mondiale sono chiamati a prendere una decisione sul proprio futuro. Accettare un anno di Serie B o trasferirsi altrove? Del Piero, Buffon, Nedved, Camoranesi e Trezeguet accettano un anno in Serie cadetta, Zlatan Ibrahimovic la pensa diversamente. Lui in Serie B non intende metterci piede, si impunta per lasciare i bianconeri combinandone anche alcune delle sue, fino ad ottenere il trasferimento all’Inter, sfruttando l’interesse anche del Milan. Proprio lo svedese nel libro “Io, Ibra” ripercorre i giorni precedenti al trasferimento a Milano, eccone un estratto.

«La Juve era la squadra più forte e come sempre, quando qualcuno domina, altri vogliono tirarlo nel fango, così nacque Calciopoli, ma ero a bordo di una nave che stava affondando, dovevo andarmene in fretta e lo dissi anche a Secco, che aveva sostituito Moggi, ‘io non rimango a nessuna condizione’.
In panchina, dopo l’addio di Capello, arrivò Deschamps, che subito mi disse: «Voglio costruire il gioco intorno a te, devi aiutarci a ritornare grandi, devi rimanere qui, tu sei il futuro».
Anche Nedved, mio compagno di stanza, provò a convincermi: “Zlatan, rimarremo io, Del Piero, Buffon, Trezeguet, puoi restare anche tu!”, ma non ci fu nulla da fare, ero deciso.
Mi allenavo controvoglia, che senso aveva visto che sarei andato via?
Giocavo per interminabili ore alla playstation, proprio mentre giocavo mi squillò il telefono, Blanc e Secco vennero da me per propormi un nuovo ricco contratto con tanti zeri ma io insistevo, non volevo nemmeno leggere la proposta e non lo feci, anzi mi dicevo fai storie, più fai casino più loro dovranno lasciarti andare, anche se mi avessero offerto venti milioni non sarei rimasto, la Juve lottava per la sua sopravvivenza, io lottavo per la mia da giocatore. Blanc mi disse che tutto ciò era irrispettoso, a me non interessava nulla.
Qualche giorno dopo, prima di un’amichevole, avevo comunicato che mi sarei allenato a parte ma non avrei messo piede in campo, così, mentre il bus era acceso e tutti i giocatori erano a bordo, io restai in camera mia.
Mancavo solo io, così Deschamps venne da me e incominciò a urlare, tutti mi aspettavano, io non mi voltai, continuando a giocare alla playstation.
“Se non vieni ti multeremo”, mi disse.
Ok, risposi. Lui andò via sbattendo la porta, era furibondo.
Pochi giorni dopo mi chiamò Raiola, comunicandomi l’interesse di Milan e Inter, i nerazzurri si mostrarono più decisi, mentre durante l’incontro con Braida si parlò più di quanto fosse bravo Kakà. Non mi sentii abbastanza desiderato, scelsi l’Inter.
Così usammo il Milan per mettere fretta a Moratti: quando squillò il telefono ed era Berlusconi che mi voleva incontrare, avvisammo Moratti, che mandò subito a Torino, di lì a poche ore, Marco Branca, il direttore sportivo.
Branca fumava e riempiva il posacenere di mozziconi, andava su e giù per la stanza nervoso, contrattammo con lui e ogni tanto Moratti telefonava per convincermi, quando siglammo l’accordo Moratti mi chiamò e mi chiese se ero felice, io risposi che ero felicissimo.
Alla fine la Juventus mi lasciò andare per 27 milioni di euro e non pagai nemmeno la famosa multa, Raiola la fece sparire.
Così arrivai all’Inter, sfruttando il vecchio gioco del fare leva su una società per arrivare al mio vero obiettivo, e non fu l’ultima volta».

(ZLATAN IBRAHIMOVIC, dal libro “Io, Ibra”)

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