Football Stories: Pavel Nedved

Antonio Damascelli, detto Tony, finissima penna de “Il Giornale“, durante un’intervista gli chiese: «Dicevano e dicono che lei fosse un provocatore, un furbo, uno fastidioso. È vero?». Lui non se la prese, anzi, diede una risposta molto utile a far capire il suo carattere: “Sì, è vero, davo molto fastidio, perché ero forte, avevano paura di me e parlavano”. Sarà per lo stesso motivo che, d’altro canto, continua a essere amato da tutti i tifosi delle squadre in cui ha giocato. Un carattere da guerriero, due piedi da favola, un atletismo da far paura e un cuore grosso come il mondo: la Furia Ceca, Pavel Nedved.

GLI INIZI IN PATRIA: Pavel Nedved nasce il 30 agosto 1972 a Cheb, città della Boemia orientale, da Vaclav e Anna. Lui operaio, grande appassionato di calcio che non può coronare il sogno di giocarlo: c’è una famiglia da portare avanti, soprattutto un bimbo biondo che già sembra aver ben chiare le sue idee. Si chiama Pavel, e da grande vuole portare avanti il sogno del padre. Non appena inizia a camminare, inizia anche a tirare i primi calci al pallone. Destro, sinistro, ancora destro e ancora sinistro. Dopo poco, già nessuna differenza. Di corsa, come solo lui sa correre, diventa ragazzo e inizia ad attirare su di sé le attenzioni dei club più blasonati dell’ormai ex Cecoslovacchia: dagli inizi con le squadre locali di Skalná e Cheb fino ad arrivare al ben più blasonato Sparta Praga. Eccolo: un giocatore già diventato adulto, conscio dei propri mezzi ma sempre pronto a migliorarsi, a mantenersi costantemente in forma. Si racconta che i suoi compagni lo prendessero in giro per questo motivo: ” ma come? Hai un ottimo stipendio, una casa che ti aspetta, una bella macchina…chi te lo fa fare?”. Ma lui niente, sempre dritto per la sua strada: primo ad arrivare agli allenamenti e ultimo, davvero ultimo, ad andarsene.

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GLI EUROPEI E L’APPRODO IN ITALIA: Il 1996 è l’anno della svolta per il campione ceco: arrivano gli Europei e – conseguentemente – tutti gli occhi degli osservatori saranno sui calciatori pronti a salire sul tetto del vecchio continente. Al termine della competizione, come prevedibile, gli occhi sono quasi tutti per lui. Solo un golden-gol di Oliver Bierhoff gli impedisce di sollevare la coppa al cielo, ma poco importa: il suo futuro starà per avere una scossa. Quella giusta. Quella definitiva. Arriva l’Italia, nel suo destino c’è la Lazio di Zeman. Stessa regione di provenienza e adesso stessa squadra: 7 miliardi allo Sparta Praga e Nedved è pronto a indossare la maglia biancazzura. Già da subito si dimostra giocatore fortissimo, negli anni successivi diventerà addirittura imprescindibile, mettendo la firma su una delle Lazio più belle mai ammirate. Insieme a Vieri, Crespo, Salas, Veron, Marchegiani, Nesta e tanti altri. Davvero una generazione di fenomeni. Trofei su trofei fino a culminare con lo scudetto storico del 2000, ai danni della Juventus vittima del diluvio di Perugia e del gol di Calori. Già, la Juventus.

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UN’EREDITÀ PESANTE: Nell’estate del 2001 si registra il trasferimento più costoso della storia fino a quel momento: Zinedine Zidane passa dalla Juventus al Real Madrid per 150 miliardi delle vecchie lire (75 milioni di euro circa). Come spendere questi soldi? Prima di tutto un portiere, visto l’addio di un non troppo convincente Van Der Sar: ecco Buffon dal Parma per l’astronomica cifra di 54 milioni di euro, che a braccetto si porta anche Lilian Thuram, uno dei più forti difensori del mondo. E Zidane? Come verrà sostituito? Presto fatto: la società bianconera pensa proprio a uno dei protagonisti della squadra che – l’anno prima – le aveva soffiato lo scudetto all’ultima giornata. Pavel Nedved diventa così un nuovo giocatore della Juventus per 40 milioni di euro. L’inizio è difficile, con il ceco che non riesce a trovare una collocazione in campo accettabile per esprimere al meglio le proprie doti.
Poi l’intuizione di Mister Lippi: trequartista dietro al duo Del Piero-Trezeguet e tutto cambia. Sotto l’albero di Natale bianconero, Santa Claus porta il regalo più bello che si possa ricevere. Nedved si trasformerà nel vero fulcro del gioco della Juventus e i gol inizieranno ad arrivare uno dopo l’altro.Il primo di tutti contro il Perugia in una gelida serata di dicembre. Uno di quelli più importanti, però, lo segna alla 15a di ritorno a Piacenza, in una partita bloccata fino al 43′: meraviglioso sinistro da fuori area e gol all’incrocio. Uno di quei sinistri che da piccolo aveva provato e riprovato. La vetta, occupata dall’Inter di Cuper, adesso è più vicina. La resa dei conti vivrà il suo culmine all’ultima giornata, in quel 5 maggio che tutti i tifosi nerazzurri e – soprattutto – bianconeri ricorderanno. Ping pong incredibile di emozioni, con la Juventus ormai sicura del suo risultato a Udine e con le orecchie tese verso le radioline aspettando buone notizie dall’Olimpico. Buone notizie che presto arriveranno: Poborsky, compagno di Nedved in nazionale e protagonista insieme a lui dell’Europeo 1996, segna una doppietta e rimonta due volte l’Inter. Simeone e Simone Inzaghi fanno il resto. La sua ex squadra, la Lazio, vince 4-2 e la classifica finale recita: Juventus campione d’Italia, Roma seconda e Inter – incredibilmente – terza. L’eredità di Zidane, però, l’avrebbe definitivamente conquistata l’anno successivo.10_g

 

PALLONE D’ORO AMARO: L’anno seguente è quello dell’attacco all’Europa, con la Juve pronta a sedersi al tavolo delle pretendenti. Il Nedved di questa stagione è ancora meglio del precedente, determinante ancora una volta per il secondo scudetto consecutivo e decisivo per l’approdo in finale di Champions. La semifinale di ritorno contro il Real Madrid passerà alla storia come “la partita perfetta”, con il ceco protagonista nel bene e nel male. Gli uomini di Lippi dominano in lungo e in largo, Buffon para un rigore a Figo e Nedved segna il gol del 3-0, quello della sicurezza. Poi il “dramma” finale, in tutti i sensi: intervento praticamente inutile su McManaman nei minuti conclusivi e ammonizione inevitabile. Giallo pesante come un macigno, perché la diffida diventa squalifica. La finale che lui ha contribuito a conquistare non avrebbe potuto giocarla. Al triplice fischio, per lui non c’è molto da gioire. Le lacrime sgorgano copiose e nessun compagno che riesca a consolarlo. L’Old Trafford, il teatro dei sogni, si rivelerà invece un incubo per i bianconeri. Chissà come sarebbe andata a finire se Nedved avesse potuto giocare questa finale. Questo non gli impedirà di vincere il Pallone d’Oro, ma nella sua mente ci sarà sempre il grande rimpianto della notte di Manchester.image11

 

LA SERIE B E LA FINE DELLA CORSA: Il 2006 si rivela un annus horribilis per la Juventus. I tribunali decidono di retrocederla nella serie cadetta con 30 punti (poi diminuiti a 17) di penalizzazione a causa dello scandalo “Calciopoli”. I campioni iniziano ad abbandonare la nave, una delle squadre più forti d’Europa, secondo alcuni addirittura la più forte, inizia a smantellarsi: Thuram e Zambrotta vanno al Barcellona, Cannavaro va al Real, Ibrahimovic e Vieira si trasferiscono dagli odiati rivali nerazzurri e così via. Tra tutti questi nomi altisonanti manca il suo, non a caso. Perché lui resta, anche nell’inferno della Serie B, insieme a Buffon, Del Piero, Trezeguet e Camoranesi. La gratitudine per lui è tutto. Dall’inferno al paradiso, però, è un lampo: promozione conquistata lo stesso anno e ritorno in Serie A. Dopo aver riportato la sua Signora in Champions, nel 2009 decide che è il momento di smettere. Prima, però, l’ennesima dimostrazione di affetto per i colori bianconeri: una telefonata, dall’altro capo del telefono Josè Mourinho, allenatore dell’Inter. “Pronto Pavel? Ho qui accanto a me un contratto con il tuo nome sopra. Manca solo la firma. Te la sentiresti di venire a Milano?”. La risposta fu negativa e la spiegazione fu presto data dallo stesso Pavel: “ci sono rinunce faticose e ce n’è di naturali e non difficili, dire no all’Inter è stato giusto e alla fine abbastanza naturale, nonostante la tentazione. Loro hanno vinto la Champions, io mi sono tenuto la dignità e l’amore degli juventini.”. 

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Dal campo alla tribuna il passo è breve, soprattutto per uno con il suo atletismo. Da giocatore diventa dirigente, sempre con la Juve a fare da comun denominatore. Tutt’oggi, quando i bianconeri sono in difficoltà, le telecamere indugiano sui piani alti dello Juventus Stadium, dove c’è lui. La sua espressione sembra dire: “presto, datemi due scarpini così scendo ad aiutare i ragazzi”. Una vita passata a correre, si diceva. Sì, perché la Furia Ceca non ha mai smesso.

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